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Ai giovani senza futura pensione

freccettaPensioni da fame per i giovani.
L'allarme della Corte dei Conti

Tasse di successione al rialzo per ripianare l’enorme debito pubblico creato nei favolosi anni passati

Vivere da precari per ricevere poi una pensione da fame. E' il rischio che corrono molti lavoratori italiani e che è stato paventato dalla Corte dei Conti.

“Le crescenti forme di instabilità nel mercato del lavoro, nei posti e nelle retribuzioni, incideranno sui futuri trattamenti pensionistici, soprattutto per le fasce più deboli della popolazione, cioè i giovani e le donne”. E' questa, in sostanza, l'analisi impietosa fatta dai magistrati contabili, durante la presentazione dell'ultimo rapporto sui conti dell'Inps. Di conseguenza, la corte presieduta da Luigi Giampaolino invita a monitorare attentamente gli effetti della riforma pensionistica del governo Monti, entrata in vigore nel dicembre del 2011.

 

12/11/2014  Abolito il tetto alle pensioni alte. Un miliardo e mezzo in 10 anni. Vitalizi fino al 115 per cento dell’ultima paga

 

Magistrati, professori universitari, burocrati dello Stato con manovre di palazzo si danno vitalizi e pensioni d’oro a nostro carico.

 

Chi ha fatto sparire il comma che prevedeva un tetto per le pensioni più ricche che nel 2014 costerà 2 milioni di euro e nel 2024 addirittura 493 ? Scrive il Corriere della Sera che secondo un calcolo dell'Inps a godere di questo regalo saranno 160mila persone, tutte quelle che pur avendo raggiunto i 40 anni di anzianità nel dicembre 2011 hanno potuto scegliere di restare in servizio fino ai 70 o 75 anni. Soprattutto - quindi - magistrati, prof universitari, burocrati dello Stato. Ma la ragioneria dello stato che bilancio ha “bollinato” e revisionato ? Se lo avesse fatto un comune revisore di un ente cosa gli avrebbero fatto ? Che autorevolezza o credibilità possono avere quando ci impongono sacrifici o giudicano i nostri comportamenti ?

 

Colpo di spugna - La legge 214 del 2011 del ministro Elsa Fornero diceva all'articolo 24 che dal primo gennaio 2012 quelli che potevano andarsene con il vitalizio più alto (40 anni di contributi) ma restavano in servizio potevano sì incrementare ancora la futura pensione ma non sfondare l'unico tetto esistente: l'80% dell'ultimo stipendio.  Bene, anche questo limite, è stato cancellato. Le quattro righe della clausola di salvaguardia sono sparite. Risultato: questa categoria di privilegiati ora potrà aggiungere, restando in servizio con stipendi sempre più alti, di anno in anno, nuovi incrementi del 2% per ogni anno. Tanto che qualcuno riuscirà ad andare in pensione con il 110 o il 115% dell'ultima busta paga.

 

LA RIFORMA DELLE PENSIONI

ha introdotto il sistema contributivo, cioè un nuovo metodo di calcolo delle pensioni pubbliche. In futuro, gli assegni erogati dall'Inps dipenderanno esclusivamente dalla quantità di contributi versati nel corso di tutta la carriera e non più, come avveniva fino alla metà degli anni '90, dalla media degli ultimi redditi dichiarati prima di mettersi a riposo (sistema retributivo).

Dunque, non è difficile comprendere a quale rischio sono esposti i precari italiani: chi oggi lavora a “spizzichi e bocconi”, cioè attraversa lunghi periodi di disoccupazione e riceve uno stipendio basso, versa anche pochi contributi, con una prospettiva inevitabile: quella di ricevere dall'Inps, durante la vecchiaia, un assegno ridotto lumicino. Come se non bastasse, va ricordato pure che la riforma Dini non prevede l'esistenza di una pensione minima, che oggi viene invece erogata a milioni di nostri connazionali disagiati. E così, secondo diverse stime delle società di analisi e ricerca, parecchi giovani che oggi hanno una carriera instabile rischiano di percepire in vecchiaia una rendita previdenziale inferiore di almeno il 50%, rispetto agli ultimi redditi dichiarati prima di mettersi a riposo.

Ma c'è anche un altro aspetto preoccupante che, ieri, è stato messo in evidenza dai magistrati della Corte dei Conti. Quei giovani che riceveranno una pensione da fame nei decenni a venire, oggi in realtà tengono in piedi i conti di tutto il sistema previdenziale italiano, cioè contribuiscono in maniera determinante a pagare le pensioni dei loro genitori o dei loro nonni. E' bene ricordare, infatti, che il bilancio dell'Inps è diviso in tanti fondi diversi, che corrispondono ciascuno a una specifica categoria professionale. C'è per esempio il fondo degli agricoltori, dei commercianti o degli artigiani e, fino all'anno scorso, c'erano pure quelli dei dirigenti d'azienda, dei lavoratori elettrici o dei telefonici (poi soppressi). Ebbene, queste gestioni sono quasi tutte in passivo, con un rosso di parecchi miliardi di euro ciascuna. In altre parole, la quantità di contributi versati dai lavoratori ancora attivi non basta a pagare le pensioni di chi si è già messo a riposo. Nell'ultimo anno, poi, la situazione si è aggravata ulteriormente da quando l'Inps ha accorpato (dal gennaio scorso) l'Inpdap, l'istituto di previdenza dei dipendenti pubblici, che ha portato in dote un passivo di oltre 6 miliardi di euro.

Nel bilancio dell'istituto di previdenza, c'è soltanto un fondo che scoppia di salute e che presenta da anni un attivo molto consistente, di ben 7 miliardi di euro. Si chiama Gestione Separata ed è proprio il fondo in cui versano i soldi i lavoratori parasubordinati, cioè quelli assunti con un contratto flessibile e precario come le collaborazioni a progetto, a cui si aggiungono alcune categorie di autonomi con partita iva , non iscritti ad appositi ordini e albi professionali, erogando pensioni da fame. Senza i contributi versati dai precari, dunque, i conti dell'Inps salterebbero … e forse sarebbe meglio così, visto che vivono per pagare le pensioni attuali .. spesso calcolate su contributi figurativi, chiamati dai sepolcri imbiancati “diritti acquisiti” … forse perché non conviene nemmeno a loro.

A ciò si aggiunga che a breve arriverà una supertassa di successione che aumenterà via via sino al 20% per sanare il debito pubblico, stante che la maggior parte delle ricchezze sono in proprietà della popolazione anziana.

Perciò per ereditare patrimoni immobiliari, ormai invendibili, occorrerà scegliere se accendere un mutuo per pagarvi le tasse o rinunciarvi.

Quando amministratori pubblici dichiarano che hanno fatto o dato questo e quello, rispondete sempre CON I MIEI SOLDI … CON LA MIA NON PENSIONE ..

 Libro consigliato

È questa la dedica-conclusione di Sergio Rizzo contenuta nel suo libro Da qui all'eternità

Ai giovani senza futura pensione

Le generazioni precedenti hanno mangiato tutto e di più

 di Goffredo Pistelli twitter @pistelligoffr  

 

La frase più forte dell'ultimo libro di Sergio Rizzo, Di qui all'eternità (Feltrinelli), non sta neppure nel testo, essendo infatti una dedica nelle pagine che lo precedono. Dedica che recita: «A tutti i giovani che non avranno mai la pensione». Non che il noto giornalista del Corriere, classe 1956, di Ivrea, sia facile al populismo, anzi le sue inchieste, quelle che con Gian Antonio Stella sono diventate quasi un genere letterario, il genere Casta, sono serie e documentate.

rizzoQuella dedica contiene però una verità ineludibile: mentre ci sono migliaia e migliaia di giovani che non sanno se, un giorno, avranno la pensione, c'è un'Italia arroccata nel privilegio. È quella documentata nel libro, appunto, e che continua a marciare baldanzosa. Accada quel che accada.

Domanda: Rizzo, lei ci avràfatto il callo, ma cosa si prova quando si è finito di mettere in fila una così lunga serie di brutture?

Risposta. Forse il paragone è un po' esagerato ma mi sento un medico, il quale non è certamente contento di quello che vede, non è personalmente felice di aver individuato la malattia.

D. Ma sa che va debellata...

R. Sa che se non lo facesse, le cose peggiorerebbero. E fa le cose con passione. Semmai, io e gli altri che fanno questo genere di giornalismo, ché non sono il solo, per fortuna, non possiamo curare i molti malanni che individuiamo.

D. Però la diagnosi la fate bene. C'è anche un lato tragicomico di questa vicenda dei privilegi.

R. Sì, non mancano le note grottesche, ci sono situazioni così sorprendenti che strappano il sorriso, inevitabilmente. Una compensazione alle miserie viste o raccontate. Penso ai privilegi dei militari che vanno in auto blu perché, in caso di pioggia, non possono usare l'ombrello, accessorio disdicevole.

D. In effetti. Ma anche la politica offre tanti spunti. Lei ricorda la presidente del consiglio regionale sardo, figlia di un politico, la quale, dopo quattro legislature, con un duro lancio di agenzia ha detto che si imponeva il taglio dei vitalizi. Quelli di chi sarebbe stato eletto dopo di lei.

R. Certo, Claudia Lombardo, di Forza Italia, che, a 41 anni, intasca un vitalizio di 5.129 euro netti al mese. Nel 2011, dettò all'Ansa queste perole testuali: «L'eccezionalità del drammatico momento che stiamo vivendo sotto il profilo sociale ed economico ci richiama tutti a una straordinaria assunzione di responsabilità dato il delicato compito che rivestiamo».

D. Ma secondo lei gli italiani si indignano ancora?

R. Ho l'impressione che la gente si stia un po' assuefacendo. Sì, quando c'è la notizia, magari la pagina di quotidiano, la puntata della trasmissione tv, c'è interesse, c'è un moto di riprovazione, ma poi mi pare che le cose rientrino.

D. Tornando al libro, qual è il tratto distintivo di questi varie forme di privilegio?

R. L'assoluta mancanza di vergogna. E dire che la vergogna è un sentimento importante, in una società.

D. Certo, è l'argine a tante derive.

R. Da noi, in alcune persone e alcune situazioni, il tratto dominante è quello.

D. Facciamo un esempio.

R. Prendiamo la Regione Lazio. Sa quante leggi sono state presentate e approvate per migliorare i trattamenti economici dei consiglieri dall'istituzione delle regioni a oggi?

D. Non lo so, ma voglio esagerare: dieci?

R. No, in 38 anni, sono 40. Lei capisce che, se dei consiglieri eletti per legiferare sul bene comune di quella Regione, si occupano prevalentemente, una legislatura via l'altra, della propria retribuzione, è segno che la vergogna non esiste più.

D. Sfrontatezza pura. Non è il solo caso.

R. No. Un esempio da manuale è quello del senatore Giuseppe Leoni, della Lega Nord. Il quale, da commissario in scadenza dell'Aero Club d'Italia, dove stava dal 2002, propone al senato un emendamento che proroga se stesso. E Palazzo Madama approva!

D. Vergogna condivisa...

R. Roba che in un qualsiasi parlamento estero le fanno un pernacchione. Già un presidente di un ente che fa pure il senatore sarebbe una rarità, figurarsi se poi legiferasse sull'ente stesso. Ma non è finita.

D. E perché?

R. Perché, quando c'è da rinnovare la piccola flotta per la scuola di volo, 18 velivoli, il commissario Leoni si sbizzarisce e gli attribuisce sigle che rimandano ai nomi dei leader del Carroccio: per cui nasceo l'I-Umbe, in omaggio al Senatur Bossi, l'I-Cald, tributo a Roberto Calderoli, l'I-Rmar, dedicato a Roberto Maroni, mentre l'I-GTre immortala Giulio Tremonti. E c'è pure l'aereo del commissario: si chiama I-Noel, perché, in un momento di modestia, aveva anagrammato le prime quattro lettere del cognome.

D. Spirito goliardico, non c'è che dire.

R. E badi bene che il senatore Leoni non ha commesso nessun illecito: né da parlamentare né da commissario. E non è in questione la sua onestà. Ma io non sarei capace di farlo. E se lo facessi, non avrei il coraggio di farmi vedere in giro. E si tratta di fatti accaduti sotto il governo di Mario Monti, cioè quando su questi episodi, c'era la massima allerta.

D. Non è stato il solo.

R. No, c'è un episodio analogo con Mario Baccini che, dopo aver difeso con le unghie e coi denti l'Ente nazionale per il microcredito che presideva, in commissione bilancio alla camera è riuscito a riassegnargli 1,8 milioni di finanziamento tagliati dalla spending review. E ovviamente l'emendamento l'aveva presentato lui. Approvato all'unanimità e con questo suo commento: «Si tratta di incentivi alla lotta alla povertà per creare microimprese».

D. Poi ci sono degli inaffondabili veri...

R. Gli eterni, come Amedeo Caporaletti, una vita in Finmeccanica, è stato nominato a 83 anni nel consiglio di amministrazione di Ansaldo-Breda dal governo di Matteo Renzi. Persino a prova di rottamazione.

D. Senta, molta parte del libro è sui costi della politica. Dove le Regioni non fanno una grande figura. Alcune sembrano resistere sui vitalizi.

R. Sì, oltre alla questione degli acquisti disinvolti, c'è chi in Sardegna ha comprato coi soldi del gruppo parlamentare «un avvisatore di retromarcia» per l'auto...

D. ... beh, anche l'acquisto di un tagliaerbe da parte del consigliere del gruppo Insieme per Bresso, Regione Piemonte, era piuttosto singolare...

R. ...singolare anche ci fossero due gruppi consiliari, Insieme per Bresso, e Uniti per Bresso, ognuno composto da un solo consiglierie, uno dei quali Mercedes Bresso medesima, allo scopo di avere più finanziamenti. Situazione superata però dal Gruppo Misto di Regione Lazio che, nella scorsa consigliatura, aveva avuto un solo consigliere. Gruppo Misto e unico.

D. L'ho interrotta nel suo ragionamento sulle Regioni, però. Riprenda pure.

R. Sì c'è un tema di classe dirigente. Con tutto il male detto del Porcellum e delle sue cooptazioni, bisogna ammettere che la classe politica nazionale è migliore. Perché in periferia, non c'è alcun meccanismo virtuoso.

D. Spieghiamolo bene.

R. Nelle regioni comanda la giunta, comanda il governatore. I consiglieri hanno solo lo scopo di portare i voti. Poi fanno i comprimari e fanno abbastanza poco. L'unica cosa importante che fanno è votare la legge di bilancio, sulla quale non può esser messa la fiducia. E qui si viene a patti, dando mance e mancette.D. Già ma tengono botta. L'Istituto Bruno Leoni ha calcolato che l'anno scorso, in vitalizi regionali, si è speso 12 volte di più di quanto l'India abbia investito in ricerca spaziale. E a New Delhi hanno ambizioni: mandano satelliti nello spazio..

R. Una ragione vera è la mediocrità. Spesso siamo di fronte a persone che, se perdessero il posto in consiglio regionale, avrebbero seri problemi, perché hanno dimensionato la propria vita su aspettative di reddito esegarate. Però è un clima generalizzato, mi creda. A volte si vedono cose, dove meno ce le aspetteremmo.

D. Vale a dire?

R. Prenda il Quirinale, grande istituzione. Eppure, anche lì, c'è qualcosa che lascia un po' interdetti.

D. Per esempio?

R. L'ex-segretario generale Gaetano Gifuni, condannato in primo grado per una vicenda legata alla tenuta presidenziale di Castelporziano (Rm), dove peraltro lavorava il nipote.

D. E dunque?

R. Poniamo che sia vittima di un errore giudiziario e magari venga assolto in appello, anzi glielo auguro.

È possibile che oggi, mentre io e lei ci parliamo, sul sito della presidenza della Repubblica figuri ancora come «segretario generale onorario»? Io credo che in Germania, per fare un esempio, non sarebbe possibile.

D. Sui costi della politica, alcune forze han fatto fortuna: penso allo stesso Renzi e al M5s. Qualcuno dice però che è sbagliato abolire il finanziamento pubblico. Che ne pensa?

R. Penso che la nostra sia stata una riforma sbagliata. A cominciare dal fatto che annuncia un'abolizione che non c'è. In secondo luogo perché prevede per le donazioni alla politica benefici che quelle fatte alla associazioni di volontariato si sognano.

D'altra parte il finanziamento pubblico c'è in tutti paesi, salvo la Svizzera, ma che parte economicamente avvantaggiata, diciamo.

D. E secondo lei quale sarebbe stata una soluzione migliore?

R. Quella delinata dal professor Piero Ignazi, che suggeriva di dare un tetto rigido al finanziamento: 30 milioni all'anno.

Quelli i soldi, se li facessero bastare. E non con la manfrina degli incentivi e degli sgravi, che fanno lievitare le cifre reali.

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