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Casi BPVI e Veneto Banca, interrogazione parlamentare GIROTTO, CAPPELLETTI, BOTTICI

Casi BPVI e Veneto Banca, interrogazione parlamentare di  GIROTTO, CAPPELLETTI, BOTTICI

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-01936

«Secondo quanto scrive "Il Sole 24-Ore": "Complici le svalutazioni agli asset imposte da Francoforte, nel 2014 la banca vicentina ha registrato perdite per 758 milioni di euro, un dato superiore al rosso da 497 milioni di euro, annunciato a febbraio»

Atto n. 3-01936 (con carattere d'urgenza)  Pubblicato il 14 maggio 2015, nella seduta n. 451

GIROTTO , CAPPELLETTI , BOTTICI - Al Ministro dell'economia e delle finanze. -  Premesso che per quanto risulta agli interroganti:i consigli d'amministrazione di Banca Popolare di Vicenza (BPVI) e di Veneto Banca, hanno deciso di proporre alle rispettive assemblee dei soci un adeguamento al ribasso del valore delle azioni: da 62,5 a 48 euro ( con un calo del 23,2 per cento) per la Banca Popolare di Vicenza; da 39,5 a 30,5 euro ( con un calo del 22,8 per cento) per Veneto Banca, in netta controtendenza rispetto al valore "gonfiato" attribuito negli anni precedenti;

degli oltre 117.000 soci della Banca Popolare di Vicenza solo 7.793 erano presenti in proprio e per delega all'assemblea della banca dell'11 aprile 2015, per l'approvazione del suo 148° esercizio e di una serie di importanti decisioni, tra cui quella della svalutazione del valore della azioni. L'assemblea degli azionisti della Banca Popolare di Vicenza ha approvato a maggioranza il primo bilancio, contrassegnato da una serie di proteste di soci, sia per la svalutazione delle azioni, tagliate del 23 per cento da 62 a 48 euro ad azione, che per le difficoltà di poterle vendere;

«Secondo quanto scrive "Il Sole 24-Ore": "Complici le svalutazioni agli asset imposte da Francoforte, nel 2014 la banca vicentina ha registrato perdite per 758 milioni di euro, un dato superiore al rosso da 497 milioni di euro, annunciato a febbraio» ("Il Tirreno" Prato, 9 aprile 2015);

la Banca Popolare di Vicenza, che aveva superato in extremis gli stress test della Banca centrale europea (BCE) con operazioni a danno degli obbligazionisti e che ha chiuso con perdite di 497 milioni di euro (lievitate a 758 milioni secondo il quotidiano economico), rispetto ai 31 milioni del 2013, ha provveduto a svalutare il valore delle azioni, procurando un danno doppio agli azionisti, spesso costretti a diventare soci in cambio di prestiti, affidamenti, mutui. Alcuni analisti affermano che anche con questi nuovi valori di 48 euro ad azione per la BPVI, e di 30,5 euro ad azione per Veneto Banca, le azioni delle due maggiori banche popolari potrebbero essere nettamente sopravvalutate rispetto a quelle delle banche quotate, esprimendo rispettivamente un rapporto tra valore e patrimonio di 1,2 e di 1,28, contro una media del settore bancario molto inferiore ad 1;

al riguardo l'Associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi (Adusbef) presentò esposti-denunce alla Procura della Repubblica di Vicenza già a partire dal 2008, integrando le denunce nel novembre 2014, sempre a Vicenza, contro il valore gonfiato delle azioni, l'obbligo di diventare soci in cambio di prestiti, mutui, affidamenti, l'impossibilità di uscire dalla trappola azionaria, qualora gli azionisti volessero vendere quelle azioni, con l'aggravante che alcuni di loro si sono ritrovati in cambio azioni, come accaduto agli obbligazionisti di Popolare Vicenza che si sono visti rimborsare anticipatamente in azioni il prestito obbligazionario, decisione presa dalla banca presieduta da Gianni Zonin per evitare in extremis la bocciatura da parte della Bce;

in un articolo pubblicato su "Il Sole 24-Ore" del 27 ottobre 2014, dal titolo "Il faro Bce e le mosse in extremis", Claudio Gatti scrive che: «La Banca popolare di Vicenza è tra gli istituti di credito italiano che non hanno superato il Comprehensive Assessment della Banca centrale europea. Ma la Banca d'Italia ha annunciato che la banca vicentina si è riuscita a salvare dalla bocciatura grazie a una misura sul capitale presa dopo il termine del 30 settembre scorso previsto dalla Bce per il suo esercizio contabile. Sulla base dell'«irrevocabile conversione» di un bond di 253 milioni decisa da Bpvi sabato sera con un Cda d'emergenza convocato il giorno prima della comunicazione ufficiale dei risultati dell'esercizio europeo, Palazzo Koch ha calcolato che l'istituto vicentino sarà in grado di superare per il rotto della cuffia quel 5,5 per cento di rapporto tra capitale utile e attività ponderate per il rischio che la Bce aveva stabilito come soglia minima in condizioni di stress»;

considerato che, secondo quanto riportato nel citato articolo:

"In un suo comunicato l'istituto vicentino ha definito «positivo» l'esito dell'esame europeo, spiegando di aver colmato la propria «carenza tecnica grazie alle iniziative di capitale realizzate nel 2013 e 2014», inclusa la conversione del suddetto prestito obbligazionario. A il Sole 24-Ore risulta invece che l'esercizio della Bce abbia fatto emergere criticità nell'aumento di capitale concluso pochi mesi fa dalla maggiore banca non quotata italiana. La Bce ha infatti formalmente confutato i dati di quell'aumento. In particolare Francoforte ha contestato l'inclusione nel capitale utile ai fini del superamento dell'esame di un fondo destinato al riacquisto dalla clientela di azioni proprie collocate questa primavera. E poiché il riscatto del bond che ha permesso all'istituto vicentino di cavarsela per un pelo sarà «regolato esclusivamente mediante la consegna di azioni» emerge anche la questione del prezzo di conversione di un titolo il cui valore viene da sempre deciso unilateralmente dallo stesso Cda. L'affiorare di queste problematiche non sorprende Paolo Trentin, imprenditore di Schio attivo nel settore degli imballaggi e delle spedizioni. «Semmai mi sorprende che le modalità usate dalla Popolare di Vicenza per vendere i propri titoli non abbiano destato prima l'attenzione delle autorità», dice Trentin, la cui azienda di famiglia, aperta dal padre nel 1948, aveva il conto numero 1000 della Bpvi. «A noi sono ripetutamente venuti a offrire azioni dell'istituto in cambio di finanziamenti. Io mi sono rifiutato e dopo pochi mesi mi sono stati ridotti gli affidamenti». Trentin è convinto che il suo non sia stato un episodio isolato. «La mia esperienza porta a pensare che non abbiano fatto così solo con le aziende. Questa primavera un mio dipendente aveva bisogno di un mutuo per l'ampliamento di casa, e quando lo ha chiesto si è sentito dire che se avesse comprato azioni della banca gli avrebbero dato un tasso di favore. Altrimenti il tasso sarebbe stato molto più alto»";

"Il Sole 24-Ore ha chiesto una replica all'istituto vicentino, ma la banca ci ha comunicato di aver «deciso di non rispondere» a nessuna nostra domanda. Da parte sua, nella lettera agli azionisti del 9 settembre scorso, il presidente dell'istituto Gianni Zonin aveva proclamato «il grande successo» dell'iniziativa di rafforzamento patrimoniale che aveva portato alla sottoscrizione di 608 milioni di euro, «con una domanda ampiamente superiore all'offerta». «Ci presentiamo oggi all'esame della Bce con la fiducia e la serenità che deriva dall'importante rafforzamento patrimoniale del recente aumento di capitale», Zonin aveva poi commentato in occasione della presentazione della semestrale. Ma già allora l'entusiasmo di queste dichiarazioni era minato da alcuni dati. Innanzitutto era evidente già allora l'anomalia del fondo di acquisto di azioni proprie: nonostante la banca avesse appena concluso un aumento di capitale di notevole portata, al 30 giugno risultava avere in portafoglio oltre due milioni di azioni. Per un valore di oltre 120 milioni di euro. Il che confermava la voce che da anni gira a Vicenza e dintorni: che i titoli dell'istituto siano difficili da rivendere. Non basta: un'analisi comparata dei numeri della semestrale fatta da esperti consultati da Il Sole 24 Ore attesta che alcuni parametri fondamentali della banca vicentina sono peggiori di quelli di quasi tutte le altre maggiori banche italiane. La copertura delle sofferenze della Bpvi è per esempio del 44 per cento contro una media del 58 per cento, mentre quella degli incagli è del 15 per cento contro una media del 26. Che l'ultimo (ed ennesimo) aumento di capitale deciso a febbraio dal Cda di Bpvi comportasse rischi per gli aderenti lo diceva la stessa «Nota di sintesi» depositata presso la Consob. Se messe insieme, le criticità citate tra le righe formavano un lungo elenco. «I livelli di copertura dei crediti del Gruppo Bpvi si attestano su valori inferiori a quelli medi di sistema», si leggeva. Dopodiché veniva citato il fatto che «nel Bilancio Consolidato 2013 sono iscritti avviamenti per 927,5 milioni principalmente riconducibili agli sportelli bancari acquisiti dal Gruppo Ubi nel 2007». La cifra non era commentata ma agli addetti ai lavori risulta evidente che avviamenti di quella portata, rimasti in bilancio al prezzo iniziale senza significativi ammortamenti, sono eccessivi per quei piccoli sportelli di provincia a Brescia e Bergamo acquisiti da Ubi. Apertamente dichiarati in quella Nota alla Consob erano inoltre rischi come quello della liquidità delle azioni: «Le contrattazioni relative alle azioni potrebbero risultare difficoltose poiché le proposte di vendita potrebbero non trovare nell'immediato controparti disponibili all'acquisto». Un altro rischio era dato dalle nuove obbligazioni che «non beneficiano di alcuna garanzia reale ovvero di alcuna garanzia personale da parte di soggetti terzi». Sottolineato infine era lo stesso rischio dato dalle «condizioni economiche delle offerte». «Il Prezzo di Offerta (…) è pari a euro 62,50 per ciascuna Azione, determinato in data 15 aprile 2014 dal Consiglio di Amministrazione», si legge nella Nota, che continua: «Il prezzo (…) evidenzia (…) un disallineamento rispetto ai multipli di mercato di un campione di banche con azioni quotate, in ragione del fatto che il valore delle azioni dell'Emittente viene determinato annualmente dall'assemblea dei soci annualmente e non in un mercato regolamentato». In pratica si faceva notare che il multiplo di Bpvi era il doppio di quello degli istituti di credito quotati";

"Su questo punto il presidente Gianni Zonin ha ripetutamente espresso la convinzione che occorre «tenere conto che ci sono elementi, non sempre correttamente valutati dal mercato, ma che hanno un valore: il marchio, la storia, la fiducia che sa esprimere una banca come la nostra». Ma visti i valori che emergono dall'ultima semestrale, la questione dell'unilateralità della valutazione del titolo è invece chiaramente spinosa. E merita un approfondimento. Dalla suddetta «Nota di sintesi» risulta che per l'aumento di capitale quel compito era stato affidato a Mauro Bini, professore della Bocconi esperto in valutazioni d'impresa. Il quale aveva confermato al centesimo la valutazione di 62,50 euro ad azione fatta l'anno prima da un altro consulente. Alla stessa identica cifra era poi arrivato più recentemente anche Francesco Momenté, altro professore di Finanza Aziendale della Bocconi. Tre esperti che in tre momenti diversi confermano la stessa cifra, potrebbero rappresentare una garanzia. Se non fosse che in questi ultimi 15 mesi sia i fondamentali sia il Piano strategico della banca sono cambiati radicalmente. Il che solleva il dubbio dell'autoreferenzialità di quelle valutazioni. «Che Bpvi si autovalutasse 1,43 volte l'equity, quando i mercati valutavano le banche quotate italiane la metà, è fuori dal mondo. Emettere azioni a 62,50 euro, significava valutarla 5,2 miliardi prima dell'aumento. A titolo di raffronto, Ubibanca, con un margine di intermediazione tre volte superiore e quasi il triplo degli sportelli, sul mercato valeva meno del 17 per cento in più», osserva l'ex commissario Consob Salvatore Bragantini. Sorge qui la questione delle autorità di vigilanza. Secondo Bragantini «se gli investitori fanno un affare o no non è di pertinenza della Banca d'Italia, ma Consob? È lei a dover indagare sui modi in cui un prodotto così palesemente fuori mercato viene collocato alla clientela». Certo è che la Popolare di Vicenza ha sempre fatto il possibile per mantenere ottimi rapporti con i suoi controllanti. A Vicenza a nessuno è passato inosservato l'acquisto del prestigioso Palazzo Repeta, storica sede di Banca d'Italia che la banca centrale è stata costretta a lasciar chiuso per 5 anni perché non riusciva a venderlo. Fino alla scorsa primavera, quando si è fatta avanti la Popolare per comprarlo, si dice, al prezzo richiesto di 9 milioni (abbiamo chiesto conferma del prezzo all'istituto vicentino ma, come detto, non ci è stata fornita risposta). Oltre ad avere come vice-presidente l'ex ragioniere di Stato Andrea Monorchio, in primavera la banca vicentina ha fatto un altro acquisto di peso: Gianandrea Falchi, capo della segreteria particolare di Mario Draghi quando questi era Governatore. A Il Sole 24 Ore risulta che Falchi abbia un sontuoso ufficio nel palazzo di Largo Tritone recentemente acquistato dalla Bpvi nel pieno centro di Roma e un pacchetto di remunerazione quantificato in 300.000 euro con tanto di macchina e autista (neppure su questo la Bpvi ha voluto dare conferme o smentite). Il ruolo di Falchi è di «consigliere alle relazioni istituzionali e internazionali». Insomma, ha un compito di rappresentanza simile a quello che per anni ha ricoperto in Banca d'Italia. Che sicuramente sarà stato messo a dura prova in questi ultimi, agitatissimi giorni di "negoziati" con le autorità centrali di Francoforte e Roma";

sul blog "gradozero" si legge: "La Banca popolare di Vicenza è tra gli istituti di credito italiano che non hanno superato il Comprehensive Assessment della Banca centrale europea. La Bce ha contestato la validità dei dati forniti sull'ultimo aumento di capitale. Ma la banca vicentina si salva dalla bocciatura grazie a una misura sul capitale presa dopo il termine del 30 settembre scorso previsto dalla Bce per il suo esercizio contabile. Con l'"irrevocabile conversione" di un bond di 253 milioni decisa da Bpvi sabato sera con un Cda d'emergenza convocato a meno di 24 ore dalla comunicazione ufficiale dei risultati dell'esercizio europeo, l'istituto vicentino ha superato per il rotto della cuffia quel 5,5 per cento che la Bce aveva stabilito come soglia minima in condizioni di stress. A pagare potrebbero essere ancora una volta i risparmiatori. Ma dov'erano le autorità di vigilanza italiane? Ma agli investitori erano stati esplicitati i rischi? Ed ancora:"La misura con cui la Banca Popolare di Vicenza ha risolto il problema del mancato superamento del Comprehensive Test della BCE, seppur a tempo scaduto, ha trasformato un'obbligazione con un ottimo e attraente rendimento - il 5 per cento - in azioni il cui valore non solo è assolutamente autorefenziale ma ritenuto irrealistico da esperti da me consultati (non a caso quei titoli non si riescono a vendere, ma su questo punto tornerò in futuro). Ai risparmiatori che presto si troveranno in quella situazione, la banca può dire che il prospetto informativo segnalava quel rischio. "I destinatari delle Offerte sono invitati, tra l'altro, a tener conto che (…) l'Emittente avrà il diritto di procedere al riscatto totale o parziale delle Obbligazioni Convertibili in circolazione mediante consegna di Azioni di Compendio (si veda il Capitolo 2, Paragrafo 2.1.2.2 (Rischi legati all'opzione di riscatto anticipato dell'Emittente) della presente Nota Informativa)", si legge nel prospetto, che continua: "In caso di riscatto anticipato (totale o parziale) delle Obbligazioni mediante consegna di Azioni di Compendio, le Azioni di Compendio consegnate presentano i rischi tipici di un investimento in titoli azionari non quotati in un mercato regolamentato; pertanto, non vi è alcuna certezza che l'Obbligazionista che la Nota Informativa sugli strumenti finanziari intenda vendere le azioni ricevute riesca a recuperare, in tutto o anche solo in parte, la somma originariamente investita". La mia domanda è: la Banca ha informato i propri clienti ai quali ha piazzato quelle obbligazioni dei rischi segnalati nel prospetto depositato in Consob? Titoli della BPVi in vendita da cinque mesi. Ma nessuno li vuole comprare. La Banca Popolare di Vicenza è la prima banca non quotata italiana. Questo significa che il valore del suo titolo - 62,50 euro - non lo stabilisce il mercato bensì la banca stessa (vedi il mio pezzo su Il Sole 24 Ore cliccando il link in alto a destra). E ormai da tempo a Vicenza gira la voce che quel titolo auto-valutato sia molto difficile se non pressoché impossibile da rivendere. Io stesso l'ho sentito dire da molti. Ma nessuno è stato mai disposto a dirmelo autorizzandomi a citare nome e cognome. Fin quando non ho conosciuto Giuseppe Serafini, un pensionato vicentino. Giuseppe ha quasi tre milioni di quei titoli, valore per le sue casse "notevole". Da tempo immemorabile. Una prima quota l'ha ereditata dalla buonanima di sua madre. Altre le ha comprate nel corso degli anni, "per tradizione familiare". Anche sua moglie ne ha un piccolo pacchetto, sebbene molto più piccolo. Giuseppe è il classico socio di una banca popolare: cittadino locale che investe i propri risparmi in una banca che a sua volta investe nel territorio. Un investitore convenzionale per una banca convenzionale. Senza ambizioni speculative, senza aspettative smisurate. Dividendi ragionevoli, è tutto ciò che si è sempre aspettato. E per lungo tempo è quello che ha avuto. "Per anni la Popolare dava buoni dividendi. Tant'è che il titolo era molto appetibile. E per chi voleva venderlo c'era una sorta di mercato parallelo", mi spiega. Poi tutto è cambiato. "Le lettere che arrivano semestralmente dal presidente (Zonin) continuano a presentare grandi trionfi, ma sono anni che non riceviamo più dividendi. E adesso non si riesce più a vendere," dice Giuseppe. "Io sono cinque mesi che ho dato mandato di vendere titoli per 100.000 euro. Ma non sono mai riusciti a venderli. E per il momento non se ne parla proprio. Per mia moglie è lo stesso: neppure lei riesce a venderli. Invece, avevano sempre detto che nel giro di due o tre mesi quei titoli si sarebbero venduti…. A settembre, mi avevano detto. Invece niente… Non so se sono particolarmente scarognato io…".Beh, Giuseppe sarebbe potuto anche essere più scarognato. Avrebbe potuto essere tra i sottoscrittori del prestito obbligazionario da 253 milioni di cui sabato 25 ottobre il Cda della Banca ha stabilito di corsa e senza preavvisi il riscatto in azioni. "Non avevo sottoscritto quelle obbligazioni proprio per questa ragione: non ci vedevo chiaro. Oltre tutto c'erano anche amici che già tempo fa mi avevano detto che le azioni non valevano la cifra dichiarata. A me in banca dicono invece che quella stima ha un fondamento reale. Quindi sono fiducioso. E aspetto… Anche perché' non posso fare altro";

considerato infine che, a parere degli interroganti:

quanto descritto comporterebbe la concretizzazione dei reati di estorsione per ciò che riguarda prestiti e revoca fidi, l'assenza di compratori per liquidare le azioni ed il valore fittizio assegnato alle stesse azioni senza il vaglio di autorità terze, l'intreccio di interessi incestuoso tra Zonin imprenditore e Zonin banchiere;

i fatti esposti, inoltre, possono integrare anche i reati di corruzione e concussione, così come previsto dalla legge anticorruzione, che ha introdotto la fattispecie di corruzione tra privati, elaborata sulla falsariga della struttura della fattispecie già prevista all'articolo 2635 del codice civile, infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità, la cui declaratoria di responsabilità è prevista ai sensi del decreto legislativo n. 231 del 2001 in capo all'ente del corruttore,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se risponda al vero che la Banca Popolare di Vicenza avrebbe assunto Gianandrea Falchi, ex capo della segreteria particolare dell'allora Governatore della Banca d'Italia, assegnandogli un lussuoso ufficio in un palazzo di proprietà della Bpvi ed una remunerazione che ammonterebbe a 300.000 euro, oltre all'auto blu ed all'autista;

se risulti che il superamento degli stress test della Bce da parte della Banca Popolare di Vicenza in extremis non sia stato favorito dalle comunicazioni riservate tra la Bce e il consigliere Falchi con la Banca vicentina, che sarebbe riuscita a salvarsi dalla bocciatura grazie a una misura sul capitale presa dopo il termine previsto dalla Banca centrale europea per il suo esercizio contabile, sulla base della conversione di un bond decisa da Bpvi con un Cda d'emergenza convocato il giorno prima della comunicazione ufficiale dei risultati dell'esercizio europeo, a danno ed a spese degli obbligazionisti, ai quali sarebbero state assegnate azioni sopravvalutate nel prezzo e successivamente svalutate;

se risulti che tra le ragioni dell'omessa vigilanza da parte delle Autorità preposte, visti gli ingenti danni subiti dai soci di Banca Popolare di Vicenza in quanto impossibilitati a vendere azioni "gonfiate", che potrebbero essere ulteriormente svalutate, non si possano includere evidenti collusioni e complicità, quali scambi di favore per frodare la pubblica fede ed in particolare i sottoscrittori del suddetto prestito obbligazionario;

se risulti che risponda allo scambio di reciproci favori sia la cooptazione alla vice-presidenza di Andrea Monorchio che l'ingaggio del dottor Gianandrea Falchi con il ruolo di consigliere alle relazioni istituzionali e internazionali;

quali misure urgenti si intendano adottare, entro i limiti di propria competenza, per evitare che migliaia di piccoli risparmiatori, indotti ad acquistare azioni dal valore "gonfiato", solo per accedere a servizi bancari, la cui erogazione non è soggetta al pagamento di un "pizzo", possano essere frodati, a parere degli interroganti, con il concorso esterno delle Autorità di vigilanza, che non sembra abbiano svolto alcun intervento preventivo per impedire la presunta truffa.

 
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