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Comunicazioni

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Il fenomeno delle polizze dormienti

Download intero indagine dell'Istituto per la vigilanza delle assicurazioni IVASS (agosto 2017)

CONSIGLI PER IL CONSUMATORE 

polizze dormienti reportIl fenomeno delle polizze dormienti Le polizze vita “dormienti” sono polizze che, pur avendo maturato un diritto al pagamento del capitale assicurato, non sono state pagate dalle imprese di assicurazione e giacciono in attesa della prescrizione. Può trattarsi di polizze per il caso di morte dell’assicurato della cui esistenza i beneficiari non erano a conoscenza o di polizze c.d. “di risparmio”1 che, giunte alla scadenza, non sono state riscosse dagli interessati per vari motivi.

I diritti derivanti dalle polizze vita si prescrivono in 10 anni dalla data dell’evento:

  •  decesso dell’assicurato;
  • scadenza del contratto.

Oltre tale termine le imprese devono devolvere le somme al Fondo Rapporti Dormienti istituito presso la CONSAP.

Tipi diversi di polizza sono soggetti a livelli diversi di rischio di “dormienza”.
Le polizze vita maggiormente esposte a questo rischio sono quelle che riconoscono ai beneficiari una prestazione in caso di morte dell’assicurato nel corso della durata della polizza (le c.d. assicurazioni temporanee caso morte o TCM); dopo la scadenza del contratto nulla è dovuto se l’assicurato è ancora in vita.

Per queste polizze, può accadere che il contraente (che spesso è anche l’assicurato) non abbia informato i beneficiari dell’esistenza di una polizza a loro favore e che quindi, in caso di suo decesso, questi non si attivino presso l’impresa di assicurazione. Se, a sua volta, l’impresa di assicurazione non svolge in autonomia verifiche periodiche sull’eventuale decesso dell’assicurato, queste polizze sono facilmente destinate a diventare “dormienti”.

Il rischio che una polizza temporanea caso morte diventi “dormiente” è particolarmente alto nel caso di pagamento del premio in un’unica soluzione al momento della sottoscrizione della polizza (premio unico), perché il rapporto assicuratore-contraente/assicurato si esaurisce spesso in tale momento. Ma anche in caso di contratti a premi annui, in cui c’è un contatto periodico tra assicurato e impresa, può accadere che la sospensione del pagamento dei premi sia interpretata dall’impresa come una volontà del contraente/assicurato di non proseguire il rapporto assicurativo, mentre in realtà potrebbe essere dovuta al suo decesso. Se non viene verificato dall’impresa il reale motivo della sospensione del pagamento dei premi e, di nuovo, i beneficiari non erano a conoscenza della polizza, il rischio di “dormienza” è alto.

Analogamente, sono esposte ad un significativo rischio “dormienza” anche le polizze c.d. a vita intera e le polizze cd. “in differimento automatico di scadenza2”, per le quali non è prevista una scadenza contrattuale e che danno diritto al pagamento della somma assicurata al verificarsi del decesso dell’assicurato o in caso di riscatto. In questo report ci si riferisce ad entrambe le tipologie con la locuzione “a vita intera”.

Minore è il rischio, ma pur sempre esistente, per le polizze vita c.d. “di risparmio” cioè “altre polizze con scadenza” che riconoscono ai beneficiari una prestazione sia in caso di vita dell’assicurato alla scadenza pattuita sia in caso di sua morte nel corso della durata del contratto. Per queste polizze l’impresa è sempre tenuta a pagare una prestazione assicurativa rimanendo incerto solo quando deve effettuare la liquidazione (durante la vigenza della polizza o alla sua scadenza). Per queste forme, infatti, sono previsti dalla normativa sia momenti periodici di informativa al contraente (es: comunicazioni di rivalutazione annua delle prestazioni, ...) sia una verifica, alla scadenza contrattuale, della esistenza in vita dell’assicurato, finalizzata al pagamento del capitale caso vita.

Oltre a questi aspetti, che riguardano la verifica dei decessi degli assicurati da parte delle imprese, il fenomeno delle polizze vita dormienti ha un altro risvolto: una volta appurato il decesso di un assicurato, l’impresa deve procedere alla identificazione e ricerca dei beneficiari. Questa attività può essere ostacolata se al momento della stipulazione della polizza la designazione dei beneficiari da parte del contraente è avvenuta in forma generica (es. eredi testamentari o eredi legittimi…) e non nominativa, e se l’impresa non ha rilevato tutte le informazioni utili a contattarli.

 

TFR: il datore di lavoro non può trattenere il 2,5%, il lavoratore va rimborsato

tratto da studiocataldi.it

donnaTFR: il datore di lavoro non può trattenere il 2,5%, il lavoratore va rimborsato

Sulla scia delle sentenze della Consulta del 2012 e del 2014 numerosi giudici hanno riconosciuto ai dipendenti pubblici il diritto al rimborso

 di Valeria Zeppilli – Ormai da diversi anni, più precisamente con la sentenza numero 232/2012, la Corte costituzionale ha chiarito che, con il passaggio alla regolamentazione civilistica del trattamento di fine rapporto, l'indennità spettante ai dipendenti pubblici non è più calcolata considerando il 9,6% dell'80% della retribuzione, di cui il 7,2% a carico della pubblica amministrazione di appartenenza e il 2,5% a carico del dipendente. Il TFR, infatti, è già da diversi anni calcolato sul 6,91% della predetta percentuale ed è posto interamente a carico del datore di lavoro.

La pronuncia della Consulta, però, nel corso del tempo non ha sortito gli effetti sperati e numerosi enti hanno continuato a praticare il prelievo del 2,5% sulla busta paga dei dipendenti, senza considerare quanto chiarito ormai da diversi anni.

Ciò non vuol dire, tuttavia, che la Corte costituzionale non abbia parlato chiaro: l'articolo 12, comma 10, del d.l. n. 78/2010 è costituzionalmente illegittimo "nella parte in cui non esclude l'applicazione a carico del dipendente della rivalsa pari al 2,50% della base contributiva, prevista dall'art. 37, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032 (Approvazione del testo unico delle norme sulle prestazioni previdenziali a favore dei dipendenti civili e militari dello Stato)". La trattenuta, insomma, contribuisce a formare il fondo di previdenza dell'Inps – ex Inpdap e di essa deve farsi carico il datore di lavoro, senza alcuna distinzione rispetto a quanto accade nel settore privato in forza del d.p.c.m. del 20 dicembre 1999.

Alla pronuncia del 2012, oltretutto, se ne è aggiunta anche una seconda con la quale la Consulta non ha affatto corretto il tiro, ovverosia la numero 244 del 28 ottobre 2014. Ma nulla si è smosso.

Tuttavia, nonostante molte amministrazioni continuino a tapparsi occhi e orecchie, la conclusione è una sola e le trattenute che le pubbliche amministrazioni hanno continuato a praticare anche dopo il 2010 sono illegittime. I loro dipendenti, quindi, possono ottenerne la restituzione.

La giurisprudenza

Così ragionando, sono molti i lavoratori che hanno adito i tribunali per avere indietro dall'amministrazione di appartenenza tutto ciò di cui siano stati indebitamente privati.

E molte sono anche le pronunce che hanno sposato quanto sopra detto, non dando rilevanza all'assenza di un esplicito divieto di legge ma, anzi, condannando le PP.AA. di volta in volta convenute a restituire le somme indebitamente sottratte dalle buste paga dei dipendenti.

In tal senso sono andati, ad esempio, il Tribunale di Salerno, quello di Roma, quello di Treviso e, più recentemente, quello di Milano con sentenza numero 742 dell'11 marzo 2016, infliggendo un duro colpo alle amministrazioni pubbliche, controbilanciato da una grande vittoria per i loro dipendenti.

Chi ha diritto al rimborso? Ma chi ha effettivamente diritto al rimborso?

Innanzitutto ci sono coloro che sono stati assunti dopo il 31 dicembre 2000 e che si trovano in regime di TFR.

Ad essi si affiancano, poi, i dipendenti che sono stati assunti prima di tale data e che si trovano in regime di TFS, i quali però hanno diritto al rimborso solo per il 2011 e il 2012. A seguito dell'illegittimità dell'articolo 1, commi 98 e 99, della legge numero 228/2012, infatti, le PP.AA. dovranno restituire anche il 2,69% a titolo di TFS mancante nel periodo transitorio, individuato nelle due predette annualità.

Il rimborso, si segnala, ha ad oggetto un credito esigibile assoggettato a prescrizione decennale.

 

Popolari venete, 86mila azionisti a bocca asciutta. E per gli obbligazionisti subordinati rimborsi con molti paletti

Popolari venete, 86mila azionisti a bocca asciutta. E per gli obbligazionisti subordinati rimborsi con molti paletti

tratto dal sito IlFattoQuotidiano

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Strada stretta per i soci che non hanno aderito all'offerta di transazione chiusa a marzo: possono solo tentare di fare causa alla bad bank (di cui si è fatto carico lo Stato). Del resto quando è entrato in scena il fondo Atlante il valore dei titoli, acquistati a prezzi decisi dai cda, era già vicino a zero. Per chi ha comprato bond ad alto rischio, invece, il decreto prevede un ristoro. Ma deve aver comprato direttamente dai due istituti 

27 giugno 2017

Nulla da fare per i circa 86mila ex azionisti (su 207mila complessivi) che non hanno aderito all’offerta di transazione chiusa a fine marzo, quando Veneto Banca e Popolare di Vicenza avevano messo sul piatto 441 milioni a titolo di parziale “rimborso” con l’obiettivo di disinnescare il rischio di futuri contenziosi. Rimasti a bocca asciutta, per sperare di recuperare qualcosa dovranno fare causa alla bad bank rimasta allo Stato dopo la liquidazione dei due istituti e la cessione degli attivi a Intesa Sanpaolo. Ammesso che i tribunali lo ritengano ammissibile, visto che sul punto il decreto varato domenica è tutt’altro che chiaro. Gli obbligazionisti subordinati avranno invece diritto a un “ristoro” totale, ma solo se si tratta di persone fisiche che hanno comprato i titoli direttamente dai due istituti e prima del 12 giugno 2014. I correntisti ovviamente non rischiano nulla, come gli obbligazionisti senior per i quali è previsto un rimborso pari al 100% dell’ammontare dell’investimento.

Ecco che cosa aspettarsi a valle del “salvataggio” con soldi pubblici. Epilogo arrivato a un anno dall’intervento del fondo Atlante, che tra maggio e giugno 2016 attraverso due aumenti di capitale diventò socio di riferimento delle ex popolari venete acquisendo il 97,6% di Veneto Banca e il 99,3% di Pop Vicenza. In mezzo, l’ipotesi di una ricapitalizzazione precauzionale poi sfumata perché non c’erano soggetti privati disposti ad investire altri 1,2 miliardi riducendo l’intervento pubblico come richiesto dalla Commissione europea.

Azionisti azzerati già dal 2016 – Quando è entrato in scena il fondo finanziato dal sistema bancario i piccoli azionisti, di fatto, erano già azzerati: la mala gestione dei due istituti, i cui ex numeri uno Gianni Zonin e Vincenzo Consoli sono indagati per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, aveva fatto crollare i prezzi dei titoli a pochi centesimi dai 62,5 euro (per Popolare di Vicenza) e 40,75 euro (Veneto Banca) dei tempi d’oro. Tempi d’oro sulla carta, nel senso che all’epoca a deciderne il valore (come consentito dalla normativa sulle popolari non quotate) erano i consigli di amministrazione sulla base del parere di esperti indipendenti da loro stessi nominati. I soci, anche per effetto della pratica vietata di imporre l’acquisto di azioni in cambio di prestiti, avevano raggiunto quota 119mila per l’istituto vicentino e 88mila per quello di Montebelluna: in totale 207mila persone. A loro lo scorso gennaio il nuovo proprietario Atlante ha deciso di presentare una offerta di transazione mirata a evitare futuri contenziosi.

L’offerta di transazione accettata solo dal 70% dei soci – A disposizione c’erano fino a 600 milioni per chi avesse accettato di recuperare 9 euro ad azione nel caso di Pop Vicenza e il 15% del capitale investito per quanto riguarda gli ex soci di Veneto Banca. A rispondere all’appello sono stati rispettivamente 66.700 e 54.374 azionisti, poco più del 70% del totale. Meno di quanto speravano i due istituti, i quali inizialmente avevano previsto di non procedere al pagamento se non avesse aderito almeno l’80% della platea potenziale ma hanno poi fatto marcia indietro rinunciando alla condizione sospensiva. L’esborso totale è stato di 441 milioni. Circa 78mila persone hanno declinato la proposta, per non precludersi la possibilità di far causa alle due banche chiedendo di riavere il 100% del valore originario delle azioni. Oggi che i due istituti sono ufficialmente in liquidazione, questa strada è molto più in salita. Anche se alcune associazioni di consumatori ventilano la possibilità di far causa alla bad bank affidata alla Sga. Resta poi da decidere – spetta ai liquidatori – che fare degli ulteriori 60 milioni che Pop Vicenza e Veneto Banca avevano destinato a Iniziativa Welfare, un fondo ad hoc riservato agli azionisti “in condizioni disagiate“.

Per gli obbligazionisti junior c’è il rimborso. Ma con molti paletti – La scelta di procedere con una liquidazione coatta amministrativa fa sì che a pagare il salvataggio siano i contribuenti (con 5,2 miliardi di esborso immediato più 12 miliardi di garanzie): un bail out o “salvataggio esterno” che evita il bail in, in base al quale pagano anche obbligazionisti e correntisti con più di 100mila euro sul conto. Discorso più complicato per chi ha in tasca bond subordinati, che saranno azzerati. Il decreto di domenica prevede però per i piccoli risparmiatori, che hanno acquistato obbligazioni subordinate delle due banche per un valore di circa 200 milioni, un “meccanismo di ristoro” analogo a quello offerto agli obbligazionisti di Banca Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti. A pagare sarà il Fondo di solidarietà nato per risarcire i bondisti subordinati delle quattro banche risolte a fine 2015, integrato con ulteriori 60 milioni da Intesa. Ma per far richiesta del risarcimento, cosa che va fatta entro il 30 settembre, bisogna aver acquistato i titoli prima del 12 giugno 2014 e rigorosamente “nell’ambito di un rapporto negoziale diretto con le medesime banche emittenti”. Una misura che secondo il governo taglia fuori gli acquirenti a fini speculativi. Ma lascia fuori anche chi ha comprato da un’altra banca o da un promotore finanziario. In compenso, dopo i problemi sorti con i risparmiatori di Etruria & c, stavolta viene prevista la possibilità che a chiedere il rimborso siano coniuge, convivente more uxorio e parenti entro il secondo grado che abbiano ricevuto il bond dall’acquirente con un atto tra vivi.

 

IL TRIBUNALE DI PADOVA DISPONE UN’ACCERTAMENTO SUI MUTUI CON TASSO LEGATO ALL’EURIBOR

Il Tribunale di Padova dispone un accertamento sui mutui con tasso legato all'euribor

euriborE' di oggi la notizia che il Tribunale di Padova ha disposto una verifica dei tassi legati al c.d. indice euribor su un mutuo.

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Tutela e BAIL IN

"Tutela e bail in" è la quarta puntata della nuova collana di video di educazione finanziaria Banca d’Italia, dal titolo Economia e finanza. Non è mai troppo tardi, realizzata in collaborazione con Paolo Mieli e con Orizzonti TV. Ospite della puntata è Magda Bianco Capo del Servizio Tutela dei clienti e antiriciclaggio della Banca d'Italia.

 

Pensioni: vietato il ricalcolo, Italia condannata dalla Cedu

Pensioni: vietato il ricalcolo, Italia condannata dalla Cedu

Fonte: Pensioni: vietato il ricalcolo, Italia condannata dalla Cedu
(www.StudioCataldi.it)

pensionati
La Corte di Strasburgo ha condannato il Governo italiano a risarcire oltre 870mila euro a 8 pensionati

Leggi tutto: Pensioni: vietato il ricalcolo, Italia condannata dalla Cedu
 

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