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Comunicazioni

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Costretti a diventare soci per avere finanziamenti, interviene l'Antitrust e multa la BPVI

pop vicenzaL’AUTORITÀ GARANTE DELLA CONCORRENZA E DEL MERCATO
NELLA SUA ADUNANZA del 6 settembre 2016;
SENTITO il Relatore Dottoressa Gabriella Muscolo;
VISTA la Parte II, Titolo III, del Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n.
206, recante “Codice del Consumo” e successive modificazioni (di seguito,
Codice del Consumo);
VISTO il “Regolamento sulle procedure istruttorie in materia di pubblicità
ingannevole e comparativa, pratiche commerciali scorrette, violazione dei
diritti dei consumatori nei contratti, violazione del divieto di discriminazioni
e clausole vessatorie” (di seguito, Regolamento), adottato dall’Autorità con
delibera del 1° aprile 2015;
VISTO il proprio provvedimento del 2 marzo 2016, con il quale è stato
disposto l’accertamento ispettivo, ai sensi dell’art. 27, commi 2 e 3, del
Codice del Consumo, presso le sedi di Banca Popolare di Vicenza S.p.A.
(già Banca Popolare di Vicenza s.c.p.a.);
VISTA la propria delibera del 15 giugno 2016, con la quale, ai sensi dell’art.
7, comma 3, del Regolamento, è stata disposta la proroga del termine di
conclusione del procedimento, per l’estensione oggettiva del procedimento;
VISTI gli atti del procedimento;......................................................
.................................................................................
DELIBERA
a) che la pratica commerciale descritta al punto II del presente
provvedimento, posta in essere dalla società Banca Popolare di Vicenza
S.p.A. (già Banca Popolare di Vicenza s.c.p.a.), costituisce, per le ragioni e
nei limiti esposti in motivazione, una pratica commerciale scorretta ai sensi
degli artt. 20, comma 2, 21, comma 3-bis, 24 e 25 del Codice del Consumo, e
ne vieta la diffusione o continuazione;
b) di irrogare alla società Banca Popolare di Vicenza S.p.A. (già Banca
Popolare di Vicenza s.c.p.a.) una sanzione amministrativa pecuniaria di
4.500.000 € (quattromilionicinquecentomila euro).

download sentenza completa

 

Prima sentenza che condanna l'istituto inglese Barclays a restituire oltre 85mila euro ad un mutuatario, che aveva stipulato un contratto di mutuo indicizzato in franchi svizzeri

In data 27 dicembre 2016 e' stata emessa dal Tribunale Civile di Roma la prima sentenza che condanna l'istituto inglese Barclays a restituire oltre 85mila euro ad un mutuatario, che aveva stipulato un contratto di mutuo indicizzato in franchi svizzeri.

Pubblicato in Comunicati Stampa 12/1/2017

barclaysSi tratta della prima pronuncia dell'autorità giudiziaria su una complessa questione che coinvolge centinaia di clienti-consumatori che hanno stipulato la medesima tipologia di mutuo a tasso variabile indicizzato al franco svizzero.

Tali mutui, al momento della sua anticipata estinzione o in sede di surroga, richiedono il versamento di una consistente somma derivante dall'applicazione del meccanismo della doppia conversione previsto da una apposita clausola contrattuale.

Il mutuo ipotecario di cui alla sentenza in oggetto, era stato contratto per l'importo di 240mila euro, e, nel momento in cui i clienti avevano richiesto l'estinzione anticipata, Barclays pretendeva il versamento del capitale residuo di circa 220mila euro, oltre a un importo di circa 76mila euro a titolo di “conguaglio cambio”.

I clienti, dunque, pur versando le somme dovute, hanno deciso di avviare un procedimento, che gli ha visti vittoriosi con l'annullamento del l'articolo 7 del contratto di mutuo, relativo ai criteri di calcolo su cui si fondava la richiesta della Barclays di 78.417,43 euro a titolo di rivalutazione del capitale.

Il giudice ha rilevato come fosse poco chiara e coartata la modalità di calcolo e la richiesta di rivalutazione del capitale, in quanto tale assoluta carenza di trasparenza e chiarezza provoca dei profondi squilibri in danno del consumatore, dichiarando dunque nullo l'art. 7 del contratto di mutuo impugnato, e condannando in conseguenza l'istituto di credito a rifondere la somma di euro 78.717,43.

Le clausole dei mutui indicizzati al franco svizzero, che prevedono il ricalcolo in tale valuta e la successiva riconversione in euro del capitale restituito, sono da ritenersi dunque nulle poiché, oltre a non essere state redatte in maniera chiara e comprensibile, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.

Ai fini di tutelare prontamente i risparmiatori si allega il MODULO DI ADESIONE da completare ed inviare.

Roma, 12 gennaio 2017


 

Indennizzi bancari non tassati

Gli indennizzi che risarciscono il valore di acquisto o di sottoscrizione di strumenti finanziari emessi dagli istituti di credito oggetto del decreto “Salva banche” non sono soggetti ad imposizione. Lo specifica l’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione 3/E pubblicata ieri sul proprio sito istituzionale, chiarendo dunque che l’indennizzo erogato dal Fondo di Solidarietà non è tassabile.

 Testualmente, come scrive la stessa Agenzia delle Entrate in risposta ad un interpello posto da un obbligazionista, “si ritiene che le somme percepite a titolo di indennizzo ai sensi degli artt. 8 e 9 del D.L. n. 59/2016 non assumono rilevanza reddituale in quanto erogate al fine esclusivo di reintegrare la perdita economica sofferta (c.d. danno emergente), ai sensi dell’art. 6, comma 2, del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917”.

 L’indennizzo forfettario, non parametrato alla mancata percezione dei proventi derivanti dai medesimi strumenti finanziari ma esclusivamente al corrispettivo pagato in sede di sottoscrizione o acquisto dei titoli, ha natura risarcitoria(come tra l’altro espresso dalla risposta fornita all’interrogazione parlamentare n. 3-02923 del 23 giugno 2016). Ne consegue che, in base all’art. 6, comma 2 del T.U.I.R., l’indennizzo forfettario erogato dal Fondo di solidarietà non sia soggetto a tassazione. Lo stesso trattamento si applica anche alle somme erogate attraverso l’attivazione arbitrale, alternativa all’erogazione diretta.

 

Mps, e ora? Sette cose da sapere sul salvataggio della banca

Mps, e ora? Sette cose da sapere sul salvataggio della banca

ansa

tratto dal sito repubblica.it

Oggi, con ogni probabilità, il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena sancirà il fallimento del tentativo di realizzare un aumento di capitale da 5 miliardi contando esclusivamente sulle forze del mercato. La prima gamba dell'operazione, la conversione dei bond subordinati in azioni, è stata tuttavia un successo: oltre 2 miliardi di adesioni tra investitori istituzionali e "piccoli". Ma quel che manca per completare il rafforzamento patrimoniale è l'anchor investor, l'investitore di peso capace di mettere molti denari sul tavolo: il fondo sovrano del Qatar, accreditato inizialmente della disponibilità a investire 1 miliardo nella banca più antica del mondo, si sarebbe ormai sfilato.
Ecco allora che diventa inevitabile il soccorso dello Stato.
 

  • Che cosa vuol dire che lo Stato "entra" nel Monte dei Paschi?

A dire il vero, il Tesoro è già azionista di Mps con una quota intorno al 4%, eredità di Tremonti (e poi Monti) bond sottoscritti per supportare una prima crisi della banca senese e poi convertiti in azioni. La direttiva europea Brrd - che disciplina le risoluzioni delle banche in crisi - prevede che in caso di difficoltà sia la stessa istituzione finanziaria a chiedere il supporto pubblico, concesso in quanto è una banca di rilevanza sistemica (la terza in Italia, un suo fallimento sarebbe disastroso a catena sulle altre). A quel punto, lo Stato organizza un "ricapitalizzazione precauzionale", mantenendo formalmente la banca solvente ma dando vita al cosiddetto "burden sharing". Quest'ultimo prevede sempre che le perdite siano condivise, ma in maniera più leggera rispetto al "bail-in", nel quale la banca viene messa in risoluzione e le perdite vengono attutite nell'ordine dall'azzeramento degli investimenti di azionisti, obbligazionisti junior e senior, e dei depositi sopra 100mila euro.
 

  • Che quota avrà lo Stato?

Al momento non è possibile dire quale saranno i numeri precisi dell'intervento pubblico, dai quali dipenderà la partecipazione futura. Probabilmente la quota di capitale in mano pubblica porterà il Tesoro alla maggioranza assoluta dell'istituto. Quel che è certo è che il governo ha ottenuto dal Parlamento il via libera a interventi fino a 20 miliardi, che sono però spalmati su tutto il sistema bancario.
 

  • Chi mette i soldi?

L'intervento pubblico viene finanziato attraverso l'emissione di nuovo debito. Il governo ha ottenuto da Camera e Senato il via libera a lanciare sul mercato 20 miliardi di titoli in più, correggendo così i conti pubblici e il fabbisogno, per interventi "a tutela del risparmio". Due gli obiettivi: garantire liquidità alle banche ed entrare direttamente nel loro capitale (il caso del Monte è - per ora - il secondo). In pratica, il salvataggio ricadrà su tutti i contribuenti. Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha spiegato che dal punto di vista contabile riguarderà il bilancio del 2017 e che non sarà conteggiato ai fini del piano di rientro. Bruxelles guarda infatti con attenzione alla (mancata) discesa del nostro debito pubblico e nelle prossime settimane pubblicherà un report ad hoc. Nei prossimi Documenti di economia e finanza bisognerà prender atto delle variazioni ai saldi pubblici e di come tenere a bada la mole di debito complessivo.

Mps, e ora? Sette cose da sapere sul salvataggio della banca
  • Cosa succede agli attuali azionisti?

Con il burden sharing, a differenza del più drastico bail-in, gli attuali azionisti potrebbero essere formalmente salvati. Ma rischia di trattarsi di un passaggio soltanto di facciata. Nelle condizioni di mercato dell'aumento, con una forchetta di prezzo compresa tra 1 e 24,9 euro, la diluizione dei vecchi azionisti andava dall'87 per cento (in caso di prezzo massimo) al 99,42 per cento (in caso di prezzo minimo). Sul mercato, era dato per scontato che l'aumento sarebbe avvenuto dalle parti del valore minimo della forchetta. Con la ricapitalizzazione precauzionale dello Stato, è probabile dunque che gli azionisti arrivino di fatto a vedersi quasi azzerare la quota detenuta nella banca.
 

  • Cosa succede agli obbligazionisti?

Con il burden sharing e l'intervento dello Stato, azionisti e obbligazionisti senior potrebbero evitare il coinvolgimento e il relativo azzeramento dei titoli. I sottoscrittori di bond subordinati che hanno aderito alla proposta di scambio in azioni Mps (ne sono arrivati per 2,4 miliardi di euro) vedranno invece tornare i titoli portati in adesione nel loro portafoglio. L'offerta di scambio era infatti vincolata al buon esito dell'operazione di mercato, al momento da escludersi.
Per gli obbligazionisti junior le strade sono sostanzialmente due. Lo Stato potrebbe riacquistare i loro titoli, a un prezzo da individuare (nell'ambito dell'offerta di mercato il prezzo di riacquisto era tra l'85 e il 100% del valore nominale). Oppure potrebbe procedere con la conversione forzosa in azioni, con un taglio al loro valore nominale da definire. In questo secondo caso, lo scoglio sociale e politico è rappresentato dai piccoli risparmiatori (il cosiddetto "retail"), che hanno sottoscritto quei titoli magari senza conoscerne a fondo i meccanismi. Si parla di 40mila persone con 2 miliardi di euro in ballo. Per costoro si potrebbe prevedere un meccanismo di rimborso in linea con quello (farraginoso) delle quattro banche salvate a fine 2015: forfettario attraverso il Fondo interbancario di tutela dei depositi, oppure attraverso un arbitrato. In questo caso, sarebbe necessario dimostrare che sono stati venduti loro titoli in maniera opaca. Altra strada per il rimborso: far sottoscrivere loro le azioni del Monte e garantire una integrazione qualora la futura quotazione dei titoli azionari non fosse sufficiente da permettere loro di re-integrare il patrimonio.
 

  • Qual è il ruolo di Atlante?

Il fondo Atlante, gestito dalla sgr Quaestio, doveva intervenire nella cessione di un maxi-pacchetto di sofferenze di Mps (da oltre 27 miliardi) e nella sua successiva cartolarizzazione: una complessa operazione finanziaria per portare i crediti scaduti in pancia alla banca fuori dal suo bilancio, affidandoli ad operatori specializzati. Una pulizia dei conti voluta dalla Bce insieme all'aumento di capitale. Atlante, che è già intervenuto negli aumenti di capitale delle banche venete e dovrà a breve versare un altro miliardo per la loro sopravvivenza, ha dato la disponibilità a fare il suo ruolo in questa vicenda anche in caso di intervento pubblico.
 

  • Cosa succederà alle altre banche?

La situazione di Mps era ormai da tempo additata da stampa finanziaria anglosassone e grandi fondi come quella del "malato" del sistema bancario italiano. Secondo molti, una gestione ordinata del suo salvataggio potrebbe rappresentare un punto di svolta per tutto il sistema. Che ha chiaramente altre falle da tappare, anche se di dimensioni ed eco internazionale minore. Veneto Banca e Pop Vicenza, ad esempio, sono reduci da aumenti di capitale e cambi ai vertici, ma il fondo Atlante (diventato ormai socio maggioritario) si appresta a versare un altro miliardo di risorse per la loro operatività. Il tema delle sofferenze da smaltire accomuna molti istituti e un mercato vero e proprio dei crediti inesigibili - nonostante gli interventi del governo in tal senso - ancora fatica a crearsi. Restano poi i nodi delle Popolari da sciogliere, con la loro riforma appesa ai giudizi della Consulta e due casi (Sondrio e Bari) di trasformazione in Spa congelata. Alle porte c'è il maxi-aumento di capitale di Unicredit, da 13 miliardi, che richiederà sforzi ingenti al mercato. E le quattro banche salvate a fine 2015, capitanate da Banca Etruria, aspettano ancora un compratore. Fallire il salvataggio del Monte sarebbe devastante per il sistema intero, farlo con precisione potrebbe dare un segnale che l'Italia sa governare le sue banche e le sue crisi.

 

Class action, perché non funziona

Class action, perché non funziona

martello giudice 675

tratto dal sito espresso.reppubblica.it

Sapete quante cause collettive sono state vinte in Italia da quando c'è la legge che le prevede? Una. Contro il ministero dell'Istruzione. Mentre le corporation private (banche assicurazioni etc) l'hanno sempre fatta franca. Il bel risultato di una norma fatta male, chissà se apposta o no
di Paolo Cagnan

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Mps, ecco le opzioni per i piccoli obbligazionisti. Come funziona la conversione in azioni

Mps, ecco le opzioni per i piccoli obbligazionisti. Come funziona la conversione in azioni

mpsarlare di opzione facoltativa potrebbe sembrare un eufemismo. Perché quando non si conoscono i dettagli di un eventuale “piano B”, ma in merito a questo si sa solo che potrebbe essere peggiore del “piano A”, è evidente che si può tendere a propendere verso il “piano A”, che assume la connotazione del “male minore” e, di conseguenza, si trasforma però in qualcosa di diverso rispetto a una scelta “volontaria”. In ogni caso, per i circa 40mila piccoli obbligazionisti che detengono il bond subordinato emesso nel 2008 e in scadenza 2018, categoria Tier 2, si è aperta da questa mattina la possibilità di agire verso il “piano A”.

La Consob ha infatti dato l'ok all'estensione del piano di conversione di bond subordinati in azioni anche ai piccoli risparmiatori (dal 28 novembre al 2 dicembre questo piano è stato esercitato dagli investitori istituzionali con una raccolta, per la banca, di oltre un miliardo di euro dei 5 necessari per l'aumento di capitale). Per farlo però la Consob ha in parte modificato le regole in corsa. Anche chi fino a ieri sera era profilato nella categoria di investimento a rischio basso (secondo la normativa europea Mifid) e quindi non poteva detenere in portofaglio azioni, potrà convertire il bond subordinato di Mps in suo possesso in azioni.

In ogni caso, chi aderirà lo farà volontariamente, senza che vi sia sollecitazione da parte della banca. È infatti previsto che «nel caso in cui un cliente decidesse di aderire all'Offerta nonostante la valutazione di non adeguatezza effettuata dalla Banca», Mps chiederà una attestazione firmata «di aver aderito all'Offerta di propria iniziativa senza sollecitazione o erogazione di consulenza da parte dell'intermediario, nonché di essere stato informato della non adeguatezza dell'operazione e di volere, ciò nonostante, dar corso all'adesione».

Piccoli obbligazionisti Mps - Piano A
Il “piano A” consiste in due passaggi. I piccoli obbligazionisti scelgono di aderire alla proposta della Banca di partecipare all'aumento di capitale, convertendo le loro obbligazioni in azioni (la finestra è aperta alle ore 9 di oggi e terminerà alle ore 14 del 21 dicembre 2016). Con il vantaggio che, prima di essere trasformate in azioni, le obbligazioni vedranno aumentare il loro valore. Attualmente quotano 50 mentre Banca Mps le rimborsa a 100. Quindi se ho un'obbligazione subordinata Mps scadenza 2018 “Tier 2” e la vendo oggi incasso 50 (e perdo 50 rispetto al valore di emissione nel 2008 pari a 100). Mentre se aderisco volontariamente al piano di conversione in azioni, questi 50 si trasformano in 100. Questi 100 però non sono soldi liquidi utilizzabili per lo shopping di Natale, ma diventeranno nuove azioni Mps. Il valore nominale (prezzo) delle nuove azioni Mps non è ancora noto, perché dipenderà da come andrà l'aumento di capitale. È stato stabilito che potrà oscillare tra 24,9 euro a 1 euro per azione.
Il piccolo obbligazionista che parteciperà all'aumento di capitale e quindi trasformerà le obbligazioni subordinate in nuove azioni conoscerà il prezzo delle nuove azioni solo una volta che sarà terminato l'aumento di capitale. A quel punto se in mano ha 10 obbligazioni rimborsate a 100, quindi ha un controvalore in euro di 1000 e se le nuove azioni saranno fissate al prezzo di 1, si ritroverà in portafoglio 1.000 nuove azioni di Banca Mps. Se il prezzo sarà 10 se ne ritroverà 100. Formalmente il prezzo quindi inciderà solo sulla quantità di azioni possedute e quindi sul livello di partecipazione al capitale sociale. Ma non sul rendimento dell'operazione.

A quel punto, per il piccolo ex-obbligazionista e neo-azionista il primo scoglio da superare sarà l'apertura delle azioni Mps in contrattazione in Borsa Italiana nel primo giorno dopo l'aumento di capitale. Se le azioni saliranno o perderanno valore questo non può saperlo. Nell'ipotesi che le azioni scivolino sotto il nuovo prezzo, il piccolo obbligazionista subirà una perdita sull'azione ma dovrà comunque considerare che avendo scelto la conversione in azioni questi ha già recuperato il 50% dell'investimento, dato che il rimborso dell'obbligazione è stato fatto con un premio del 50% (da 50 a 100 come detto). Quindi l'eventuale perdita subita dall'azione dovrà essere comunque rapportata al +50% derivante dalla conversione dell'obbligazione a 100. «Da un punto di vista tecnico il “piano-A” si profila come l'ipotesi più vantaggiosa per il piccolo obbligazionista subordinato Mps. Sarebbe il male minore. E il mercato sembra credere che nonostante tutto debba avvenire in pochi giorni, la banca potrebbe riuscire ad effettuare l'aumento di capitale», spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig.


Piano B - Interviene lo Stato e paga i bond alla metà
È questo in sostanza il motivo per cui il “piano A” parte in netto vantaggio rispetto al “piano B”. Quest'ultimo invece scatterebbe qualora il “piano A” non andasse in porto e quindi a quel punto sarebbe lo Stato a intervenire e a rimborsare i piccoli obbligazionisti, ma al valore di mercato, cioè a 50. In questi per i piccoli obbligazionisti ci sarebbe una perdita nell'investimento sul prezzo di 50 (emesso a 100 e venduto a 50). Bisognerebbe poi ovviamente calcolare le cedole maturate nel corso degli anni per avere il rendimento effettivo dell'operazione. Ciò non toglie che, in assenza di un ulteriore rimborso della Stato (che al momento non è dato sapere) il “piano B” si presenta sulla carta come meno favorevole per il piccolo obbligazionista subordinato di Mps.

Piano C - Bail-in
Lo scenario peggiore è il “piano C”, ovvero che Mps faccia ricorso al bail-in, la nuova procedura europea (entrata in vigore proprio nel 2016) che prevede che in caso di fallimento di una banca a rispondere siano prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti e in terza istanza (se occorre) anche i correntisti. Questi ultimi, però, per somme fino a 100mila euro possono contare sul rimborso del fondo di garanzia sui depositi (quindi perderebbero l'eventuale liquidità che va oltre i 100mila euro, o va oltre i 200mila se il conto corrente è cointestato).
Va detto che in questo momento i mercati credono al “piano A” e non stanno scontando l'ipotesi né di un “piano B” (lo si capisce anche perché i bond Mps classe senior quotano vicino a 100 e quindi non stanno al momento soffrendo pressioni) e tantomeno di un “piano C”.
L'aumento di capitale da 5 miliardi in pochi giorni per mano del mercato (“piano A”) fino a poche settimane fa sembrava impensabile. Se andasse in porto (e il mercato ora ci crede) sarebbe l'ennesimo colpo di scena di un 2016 pieno di colpi di scena. Come la Brexit e la vittoria di Trump insegnano.
p.s. Subordinato, per coloro che magari detengono il titolo ma non lo sanno, vuol dire che nel caso l'emittente sia in difficoltà i possessori di questa categoria di obbligazioni sono i primi a rimetterci. Rispetto ad altre categorie di obbligazioni (senior, ecc.). In cambio però le cedole dei bond subordinati (perché tecnicamente più rischiosi) sono più alte rispetto a quelle dei bond senior.

 

 

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