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Banche e agenzie, la banda del mutuo

tratto da Borsa&Finanza del 18 agosto 2007
 

Banche e agenzie
La banda del mutuo
di GUIDO RIVOLTA

In «Carlito’s Way», cult-movies di Brian De Palma, il protagonista (Al Pacino) uscito dal carcere si accorge che il suo avvocato è diventato un gangster peggiore di lui, e commenta: «Da qualche tempo il mio avvocato non fa più l’avvocato». Per cogliere l’intima natura della crisi finanziaria erroneamente definita dei mutui subprime, perchè in realtà è qualcosa di molto più grande e pericoloso, può essere utile partire da alcuni curiosi cambiamenti di identità. 1) Imutui non fanno più i mutui. Dietro default della clientela a rischio, c’è un fenomeno assai più preoccupante: da molto tempo negli Stati Uniti i mutui sono diventati una specie di conto corrente di debito, al quale i titolari attingono non per comprare case ma per finanziare i loro consumi, il che spiega l’eccezionale durata e robustezza della domanda interna americana. La maggior parte dei commentatori, che attenua la portata della crisi dei mercati con la motivazione che l’economia mondiale non è mai stata tanto solida, omette di dire che quello deimutui Usa è un canale di trasmissione diretta della crisi finanziaria all’economia reale. Tassi più alti non significano solo recessione immobiliare: significano recessione dei consumi e quindi recessione tout court degli Stati Uniti. Un timore testimoniato, d’altra parte, dalla caduta dei titoli ciclici a Wall Street. Che poi l’economia mondiale si giovi di altri motori, dalla Cina all’India al Brasile, è un fatto: ma senza un mercato di sbocco come quello americano sono guai per tutti. E comunque, a fare giustizia dell’ottimismo dei «realisti», è arrivato il taglio dei tassi di Bernanke, che ha cambiato in gran fretta il segno della politica monetaria Usa, con buona pace dei timori d’inflazione con i quali i banchieri centrali ci tengono sulla corda da alcuni anni. 2) Le banche non fanno più le banche. Ovvero da istituzioni che raccolgono e prestano denaro, prezzando il merito di credito e quindi il rischio, si sono trasformate in fabbriche di prodotti strutturati (o distributori degli strutturati fabbricati da altri) che vengono scaricati nei portafogli dei risparmiatori, per lo più tramite i fondi. In Italia di queste tecniche avevamo avuto un’anteprima mondiale, grazie ai casi Parmalat e Cirio. Questo stato di cose ha alcune conseguenze importanti. In passato era molto più facile «mappare» la crisi, individuando gli istituti coinvolti, stendendo attorno a loro un cordone sanitario e, se del caso, procedendo al salvataggio. Oggi è pressochè impossibile delimitare i soggetti a rischio. Molto spesso, inoltre, essi sono diversi da quelli che hanno beneficiato delle colossali commissioni che le cartolarizzazioni hanno generato in questi anni. Chi dice ora che la correzione è salutare perché occorre ripulire ilmercato dagli eccessi, non deve dimenticare che il conto verrà presentato a chi ha mangiato meno. 3) Le agenzie di rating non fanno le agenzie di rating. Si sono infatti trasformate in advisor di chi butta sul mercato le emissioni-salsiccia, emissioni che possono così fregiarsi del più alto rating possibile. Da questa attività estraggono ormai quasi la metà dei loro ricavi. Diciamola verità: per molto meno i revisori di Arthur Andersen sono stati cancellati dalla faccia della terra. Ma la certificazione rilasciata da un’agenzia di rating, a differenza di quella di una società di revisione, non ha valore legale e sarà difficile anche agli americani impiccare le agenzie ai loro giudizi: tuttavia, è il rating la pietra angolare sulla quale si regge la finanza globale e costringere le varie Moody’s e Standard& Poor’s ad assumersi la responsabilità dei loro giudizi è forse la riforma più urgente del sistema finanziario. La dispersione del rischio provocata dalle banche, di cui si diceva prima, e l’opacità dei prodotti finanziari della quale sono responsabili le agenzie di rating spiegano, infine, l’essenza della crisi, che proprio per questo è riduttivo circoscrivere ai mutui subprime. In questo momento sui mercati nessuno si fida di nessuno ed è precisamente la ragione per la quale le banche centrali sono costrette a inondare di liquidità imercati: non c’è tasso d’interesse o spread che mi convinca a comprare il tuo prodotto se temo che sia avariato. In questo modo la grande conquista della finanza globale, ovvero la liquidità teoricamente senza limite dei mercati, è crollata miseramente in poche settimane. Quello che è sotto attacco, in definitiva, è il valore fiduciario connesso all’esercizio della finanza. Resta da domandarsi che fine farà tutta questa quantità di denaro iniettata nei mercati soprattutto dalla Bce (peraltro sorda ai lamenti dei governi europei quando la crescita economica dell’Unione era zero). Perché un conto è finanziare imercati per comprare attività reali, come sono i titoli azionari e come succede nelle crisi delle Borse. Ma qui, a dispetto dei titoloni dei giornali, l’epicentro del terremoto non è nelle Borse manei mercati monetari e la liquidità immessa dalle banche centrali serve a scambiarsi strumenti di debito. Le conseguenze le misureremo più avanti sulla stabilità degli aggregati monetari. In ogni caso, un tratto comune delle recenti crisi societarie o sistemiche è la tendenza di chi le innesca a occuparsi di quello che non sa fare. Vale in finanza la legge di Peter, secondo la quale nelle organizzazioni aziendali ciascun soggetto tende a raggiungere il proprio punto di massima incompetenza. Così Italease più che di leasing si occupa di derivati, Parmalat sforna bond al posto delle merendine, chi sta in banca fa salsicce, chi accende unmutuo ci paga le vacanze. L’alternativa che le autorità monetarie hanno di fronte a loro è comunque pericolosa. Lasciare imercati in balia di loro stessi non si può, cercare di salvarli con immissioni di liquidità accresce quel «moral hazard», ovvero la convinzione che qualcuno verrà comunque a tirarti fuori dai guai, che è esattamente all’origine dei comportamenti che hanno creato il terremoto. La storia dei mercati finanziari insegna che sono le regole a inseguire le crisi: e qui le regole hanno molta strada da fare.

 
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