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Interessi usurari Il contesto normativo e interpretativo previgente e le novità introdotte dalla legge 108/1996

Interessi usurari

Il contesto normativo e interpretativo previgente e le novità introdotte dalla legge 108/1996

L’art. 1815, comma 2, c.c., pur se collocato nella disciplina del mutuo, esprime un principio giuridico valido per tutte le obbligazioni pecuniarie. La norma sanziona la pattuizione di interessi usurari con la previsione della nullità virtuale della relativa clausola, con l’effetto che gli interessi non sono dovuti nemmeno nella misura del saggio legale. La fattispecie rileva anche ai fini penali, stante la previsione degli artt. 644 e ss. c.p.

Le norme richiamate hanno subito una profonda revisione legislativa ad opera della legge 7 marzo 1996 n. 108 e del d.l. 29 dicembre 2000, convertito in legge 28 febbraio 2001 n. 24.

L’originario testo del comma 2 dell’art. 1815 c.c. prevedeva che “se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e gli interessi sono dovuti solo nella misura legale”.

Sul rilievo che la fattispecie civilistica dell’usura non trova compiuta definizione nell’art. 1815, comma 2 c.c., la giurisprudenza integrava la norma con i presupposti di cui all’art. 644 c.p.

Gli interessi usurari venivano ravvisati dalla giurisprudenza solo nei casi in cui fossero integrati tutti gli estremi previsti dall’art. 644 c.p., che nel testo originario richiedeva anche l’“approfittamento dello stato di bisogno” del debitore, con la conseguenza di rendere più difficile la prova dell’usura e, comunque, di limitarne il campo d’azione.

In dottrina, la concezione unitaria e soggettiva veniva avversata da chi sosteneva l’autonomia della disciplina civilistica da quella penalistica. Secondo tale impostazione, l’art. 1815 c.c. esauriva la disciplina degli aspetti civilistici del prestito usurario e, non recando alcun riferimento allo stato soggettivo del consapevole approfittamento del bisogno altrui, costruiva la fattispecie in esame in senso oggettivo.

Secondo una terza ricostruzione interpretativa, l’art. 1815 c.c. doveva essere collegato all’art. 1448 c.c. che ne ritagliava i presupposti, con la conseguenza di subordinare l’accertamento dell’usurarietà degli interessi alla circostanza per cui “la sproporzione è dipesa dallo stato di bisogno di una parte, del quale l’altra ha approfittato per trarne vantaggio”.

Nel complesso panorama interpretativo esaminato venivano stagliate due figure di usura.

L’usura reale, ossia quella concernente un interesse sproporzionato concesso dietro dazione di un bene mobile fungibile diverso dal denaro, conduceva senz’altro all’applicazione della disciplina dell’azione di rescissione per lesione ex art. 1448 c.c. Secondo l’impostazione dottrinaria autonoma ed oggettiva, per cui l’usura pecuniaria  era completamente risolta nell’art. 1815 c.c., l’obbligazione rimaneva in piedi unicamente per la sorta capitale, essendo prevista ex lege la liberazione del debitore dall’obbligazione accessoria degli interessi.

Un aspetto critico della previdente disciplina, peraltro rilevato dalla giurisprudenza e addotto a sostegno della concezione unitaria e soggettiva, era l’assenza di un oggettivo parametro quantitativo sulla base del quale ritenere integrata l’usura.

Il legislatore del 1996 tentò, non con pieno successo, di superare tali incertezze interpretative riformando sia la disciplina penale, sia la disciplina civile dell’usura.

La legge 108/1996, intervenendo su entrambi i fronti, fu chiaramente improntata su una visione unitaria della fattispecie, connotata dall’abbandono del criterio soggettivo del consapevole approfittamento dello stato di bisogno del debitore, a favore dell’introduzione di un parametro oggettivo, costituito dalla soglia determinata dalla legge (art. 644 c.p, comma 3).

La virata verso la concezione oggettiva non fu compiuta completamente. L’art. 644, comma 3, c.p., prevede, infatti, che sono considerati usurari gli interessi, anche se inferiori alla soglia di cui sopra, che siano comunque sproporzionati alla dazione o alla mediazione, tenuto conto del concreto contesto dell’operazione di dazione del denaro o del bene mobile (tasso praticato per operazioni similari, altri vantaggi o compensi connessi alla dazione), quando chi li ha dati o promessi si trovi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria.

Altro elemento di novità introdotto dalla legge 108/1996 concerne la conversione forzosa del mutuo usurario oneroso a mutuo gratuito. Mentre nell’originario testo gli interessi usurari venivano ridotti a quelli legali, l’art. 1815, comma 2, c.c., aderendo ad un’esigenza di maggiore tutela del debitore,  dispone oggi che, in caso di pattuizione in violazione della disciplina in esame, “non sono dovuti interessi”.

 

L’usura sopravvenuta 

La disciplina del 1996 non chiarì, tuttavia, se le nuove regole trovassero applicazione per i mutui contratti precedentemente alla sua entrata in vigore ed alle operazioni, originariamente non usurarie, che in ragione dell’oscillazioni dei tassi di interessi di riferimento rilevati dal legislatore, non eccedessero la soglia di tolleranza di cui all’art. 644 comma 4 c.p.

Entrambi i problemi vennero risolti dalla giurisprudenza in senso favorevole al debitore, affermando il principio che il momento rilevante per valutare la sussistenza o meno di interessi usurari non è quello della stipulazione del contratto, ma quello della datio. Seguendo tale impostazione si ritenne che l’usura sussiste se al momento della dazione degli interessi o delle utilità promesse, originariamente rientranti nei limiti oggettivi di legge, la misura di questi sia collocata oltre la soglia determinata dal legislatore. 

Questo indirizzo è stato autorevolmente avallato dalle sentenze della Corte di Cassazione del 2 febbraio 2000 n. 1126, del 22 aprile 2000 n. 5286 e del 17 novembre 2000 n. 14899.

Secondo la Cassazione, il fatto che la legge 108/1996 non sia retroattiva non implica che essa non trovi applicazione ai rapporti non ancora esauriti alla data della sua entrata in vigore.

La motivazione della Cassazione mosse da tre argomenti. Si ritenne in primo luogo che la nuova disciplina penale dell’usura avesse trasformato il reato istantaneo previsto dal previgente 644 c.p. in un reato permanente, come risulta dall’art. 644 ter, il quale dispone che la prescrizione del reato decorre dal giorno dell’ultima riscossione sia degli interessi sia del capitale.

In secondo luogo si evidenziò il carattere inderogabile e di ordine pubblico della nuova disciplina. In virtù di tale carattere, fu ritenuto che la disciplina dell’usura fosse applicabile ai rapporti non esauriti per i quali dovessero ancora aver luogo corresponsioni di interessi usurari.

Infine, la Cassazione ritenne applicabile in materia il principio generale per cui la nuova regolamentazione, in mancanza di norme transitorie, è suscettibile di applicazione ai rapporti non ancora esauriti.

All’indomani delle sentenze della Cassazione, il Legislatore intervenne nuovamente per contenere i paventati “effetti destabilizzanti” dell’interpretazione giurisprudenziale per il sistema del credito. Con d.l. 29 dicembre 2000 n. 394, convertito in legge 28 febbraio 2001, venne sancito che “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815, comma 2, c.c., si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono stati promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Sebbene la norma venisse dichiarata di “interpretazione autentica”, per mitigare le sfavorevoli conseguenze di detto provvedimento normativo nei confronti dei risparmiatori in un contesto economico e finanziario caratterizzato da un saggio di interesse e da un tasso di inflazione notevolmente più bassi di quelli manifestatisi in passato, venne consentito a costoro di rinegoziare gli interessi eccedenti la soglia determinata ex lege, con il  pagamento di un “tasso di sostituzione”.

La previsione della l. 24/2000 fu ritenuta aderente al dettato costituzionale dal Giudice delle Leggi con sentenza 25 febbraio 2002 n. 29.

Non sono mancate, tuttavia, interpretazioni restrittive della l. 24/2000. Molti giudici di merito ne hanno infatti limitato la portata ai soli contratti di mutuo, ritenendo non applicabile tale principio ai contratti di altra natura che comportino il pagamento di interessi o di altri vantaggi economici a fronte dell’obbligazione restitutoria principale.

 

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